14 novembre 2018

Gibraltar Race

Finalmente, un’autentica sfida.

Parliamo con Rino Fissore, Claudio Giacosa, due dei tre organizzatori della Gibraltar Race. Il terzo è Manuel Lucchese. Accanto a loro c’è una ASD, con volontari che durante la gara organizzano e attuano tutto ciò che c’è da fare in corso d’opera. 8.000 km, dalle 10 alle 12 ore di guida ogni giorno. Per due settimane i partecipanti passano tra le 10 e le 12 ore in moto al giorno e grossomodo metà del tempo è in fuoristrada

Quanto è impegnativo organizzare questa corsa?

Molto, ogni anno il precorso cambia del 90 per cento. Facciamo noi tutti gli scouting delle nuove prove, scegliendo tutti i tracciati nuovi. Poi si va fisicamente a provarli più volte, con un fuoristrada prima e con le moto poi. Parte poi l’organizzazione amministrativa e logistica.

Con che spirito si affronta questa corsa?

Corsa è un termine improprio. Non volgiamo che sa vissuta con il solo obbiettivo di arrivare primi, ma come una sfida con se stessi. Si presta ad essere vissuta in modo molto personale; c’è una classifica, quindi tutti sviluppano un minimo di spirito agonistico.

Un concorrente verrà quest’anno per la terza edizione, partendo dalla Finlandia, gestendosi da solo tutta l’assistenza come nelle passate due edizioni, fa la gara e torna in Finlandia. Desideriamo che si viva un’esperienza vera, che lasci qualcosa ad ognuno. Non è una gara di velocità, ma di navigazione.

L’età media è elevata per il tipo di competizione, tra i 50 e i 65 anni.

Tutto per?

Per una coppa, nessun discorso di denaro. Vogliamo che i partecipanti si aiutino tra di loro, e viviamo l’esperienza insieme, come una grande squadra che quando si ha necessità si aiuta. Con del denaro in palio, tutto ciò sparirebbe.



Come si svolgono la giornate dei piloti?
I partecipanti ricevono ogni mattina il GPS con le coordinate da seguire durante la tappa. Fino a quando sono sull’asfalto, hanno la traccia definita del percorso da seguire. Finito l’asfalto, inizia la prova in cui leggono solo più dei way point, scelgono la strada da seguire sulla cartina e hanno un tempo prestabilito per raggiungere ogni punto, né in anticipo né in ritardo. La somma delle penalità per way point saltati e tempi sforato forma la classifica. Si guida per 10, anche 12 ore al giorno.

E non si vedono moto da corsa.

L’unico limite è il peso. I partecipanti non sono professionisti, già questo fa decadere il concetto della moto preparata. Hanno modifiche a sospensioni e serbatoi, ma sono moto quasi completamente di serie. Il peso minimo è di 145 kg, tranne le moto storiche over 20 anni, che non hanno limitazioni. L’anno scorso, al secondo posto è arrivata un GS100 del 1984.

Qualcosa di vero, insomma. Dove l'altro non è l'avversario, ma qualcuno condivide una piccola parte della sua vita con me, e io con lui. Dove vincere non conta, la vera sfida è con sé stessi. Dove ritroviamo lo spirito sportivo, quello genuino, che guarda alla sportività prima che alla competizione.

Da non perdere.

 

Fabio But